comunicato dei giovani della Federazione della Sinistra sulla questione CasaPound a Barletta

27 gennaio 2012

Noi giovani della Federazione della Sinistra supportiamo pienamente la posizione del nostro gruppo consiliare (Doronzo e Caporusso) di Barletta riguardo la questione CasaPound.

Oggi 27 gennaio giornata della memoria ricordiamo l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa.
Non possiamo permettere che questa “memoria” resti qualcosa di astratto. Per rispetto alle vittime del nazifascismo non possiamo tollerare che siano sdoganate forze politiche come CasaPound i cui militanti e dirigenti inneggiano al ventennio e si sono resi protagonisti di azioni punitive contro migranti, omosessuali e militanti di sinistra (ricordiamo gli scontri durante la manifestazione studentesca a piazza Navona).
A chi (come la federazione dei giovani socialisti) ci accusa di lesa libertà di espressione ricordiamo che è proprio per salvaguardare questo diritto che i nostri costituenti (le forze politiche del CLN che hanno combattuto il regime di Mussolini) negano l’agibilità politica a chi si riconosce nel fascismo, che con metodi autoritari antidemocratici limitava fortemente proprio la libertà di espressione ai propri oppositori politici.
Non dobbiamo sottovalutare la pericolosità di gruppi di estrema destra, perché è proprio averli sottovalutati e sdoganati (ricordiamo il governo Berlusconi che proponeva l’inaccettabile equiparazione tra partigiani e repubblichini) che ci ritroviamo a piangere le vittime della strage dei senegalesi a Firenze, episodio che fino a qualche anno fa non sarebbe mai accaduto.
Con la crisi è facile che prenda piede l’idea individualista del “si salvi chi può”, la legge del più forte che calpesta i diritti delle minoranze. È quello che potrebbe accadere se non si bloccano le iniziative dei gruppi neofascisti che cercano di radicarsi sul nostro territorio.

Flavio Di Schiena – coordinatore provinciale Giovani Comunisti (Rifondazione)
Giuliano Miani – coordinatore provinciale FGCI (Comunisti Italiani)

L’anno del Dragone

26 gennaio 2012

di Francesco Maringiò, Direzione nazionale PdCI – Responsabile Relazioni Internazionali

http://www.marx21.it/internazionale/cina/877-lanno-del-dragone.html

L’economia cinese sembra subire una brusca battuta d’arresto. Ma è davvero così? Per capirlo dobbiamo sforzarci di ragionare “alla maniera asiatica”: ci affacceremo ad un mondo nuovo da cui, se saremo capaci, potremo trarne vantaggi enormi. L’anno del drago è un banco di prova anche per noi.

1. Coinvolge milioni di persone la festività più importante di tutto l’estremo oriente: è il capodanno cinese, che quest’anno prende il via il 23 gennaio e, per 15 giorni, vedrà il susseguirsi di festeggiamenti fino al giorno della festa delle lanterne. È tradizione in questo periodo spostarsi per raggiungere i propri villaggi d’origine ed i familiari. Il “protagonista” delle feste del 2012 sarà il drago, simbolo per eccellenza della cultura cinese e segno zodiacale a cui è associato il nuovo anno, coincidenza questa che aumenterà notevolmente gli spostamenti (e le nascite). Un calcolo per difetto, già parla di 3 miliardi di viaggi in programma in questi giorni.

2. Secondo Bank of China, nonostante il 2012 sia l’anno del drago – allegoria di prosperità e fortuna -, il Pil cinese registrerà performance inferiori a quelle degli anni precedenti: 8,8% contro il 9,3 del 2011 ed una costante crescita a due cifre del decennio precedente. A dicembre l’inflazione è scesa al 4,1%, segnando un deciso trend al ribasso (era il 5,1% il mese prima ed il 6,5% a luglio), mentre i prezzi, sull’onda del rincaro di materie prime ed alimentari, sono cresciuti ben oltre il tetto del 4% fissato dalle autorità (arrivando al 5,4%). In questo quadro non v’è dubbio che la crisi economica abbia giocato un ruolo non secondario: la Cina, da sempre, ha basato la sua forza sull’export ed oggi la congiuntura genera maggiori incertezze proprio rispetto ai partner commerciali di riferimento (Usa e Ue).

I tradizionali vettori dell’economia cinese (investimenti, export, consumi) stanno facendo molta fatica a raggiungere gli standard dei decenni scorsi. Secondo il Centro di Ricerca per lo Sviluppo del Consiglio di Stato, ci sono già segnali evidenti del fatto che il tasso di crescita in Cina rallenterà nei prossimi anni, proprio come già successo in Germania alla fine degli anni ’60, in Giappone nei primi anni ’70 e in Corea del Sud alla fine degli anni ’90. Questa decelerazione la riscontriamo in diversi campi. In primo luogo sugli investimenti infrastrutturali, il più importante motore di crescita, che è oggi in forte calo sugli investimenti totali: nel 2006 rappresentava più del 30% mentre nel 2011 è sceso a circa il 22%. In secondo luogo è calato negli ultimi tre anni l’apporto fornito al Pil nazionale da parte del tasso di crescita delle province e delle municipalità della costa sud-orientale. In terzo luogo si avverte una forte preoccupazione da parte dei risparmiatori rispetto agli investimenti fatti nel mercato immobiliare e nei portafogli finanziari dei governi locali.

3. Il sistema di pensiero tradizionale cinese, di cui la stessa figura del drago è figlia, è il frutto di millenni di sovrapposizioni ed intrecci di diversi pensieri filosofici e canoni culturali. Il drago è un animale mitico polimorfo, che include tutti gli altri della mitologia cinese. Codificato graficamente per la prima volta durante la Dinastia Song (960-1279) da Guo Ruonxu, è il frutto della composizione di nove animali tradizionali (cammello, carpa, cervo, coniglio, mucca, coccodrillo, rana, tigre, aquila). Le scaglie sul corpo sono quelle della carpa, di cui ne è probabilmente una rielaborazione e di cui mantiene i benauguranti colori principali (oro e rosso). Nella tradizione è stato usato per millenni dagli imperatori come emblema principale del potere imperiale.

Nella cultura occidentale i draghi sono invece associati all’epoca medioevale, ai castelli con fossati e cavalieri e, soprattutto, sono esseri mostruosi che sputano fuoco e terrorizzano sia la Terra che le fiabe. Nella tradizione cristiana, poi, il drago diventa la personificazione del male: «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro», afferma San Giorgio che, stando alla tradizione, è colui che ha ucciso il drago, archetipo del “nemico del genere umano”.

Fintanto che continueremo a guardare a long (il drago cinese) solo con i nostri parametri culturali, difficilmente capiremo l’importanza che riveste questo simbolo allegorico e faremo fatica a comprendere il significato di quella danza che tante volte abbiamo visto rappresentata con la sfilata del dragone di cartapesta e stoffa dalle comunità cinesi anche nel nostro paese. Fintanto che long, per noi, continuerà ad essere un lungo serpente sputa fuoco, temibile e maligno, difficilmente potremo entrare in sintonia con i cinesi. Perché per loro il drago (long) sarà sempre un animale associato col Cielo, mentre per noi (il serpente) col sottosuolo.

4. Dopo questa digressione, riprendiamo il rovello del punto precedente: visti i dati sulla situazione economica a fine 2011, siamo alla crisi del modello di crescita cinese? Stando ai nostri canoni, la risposta non può che essere affermativa. Ma se ci sforziamo di fare nostra la lezione del drago e comprendere la differenza di approcci tra il nostro mondo e l’oriente, forze riusciremo a non confondere più il Cielo col sottosuolo.

Quello che viviamo è un mutamento di fase importante: l’anno del drago sarà quello in cui la Cina registrerà il passaggio ad una fase di crescita a velocità intermedia. Da un regime di sviluppo a due cifre si passerà gradualmente ad una crescita annuale del 6-7% per un periodo di 10, 15 o addirittura 20 anni. La lezione più importante che la Cina ha appreso dalla crisi finanziaria internazionale è che lo sviluppo dell’economia virtuale (finanziaria) e di quella reale non possano essere reciprocamente vantaggiosi: la ragione principale per cui i paesi occidentali non sono emersi dalla crisi è che l’economia reale, compresa la produzione, non cresce. La ricetta economica cinese prevede, di converso, l’attestarsi strategico su una produzione fortemente competitiva, sviluppando parallelamente l’industria dei servizi, ed in particolare la ricerca e lo sviluppo, la logistica ed i sistemi di informazione, al fine di migliorare l’efficienza produttiva. Difficilmente il settore delle infrastrutture potrà continuare ad avere nei prossimi anni le prestazioni straordinarie dei decenni passati, perché questo come le industrie connesse come quelle dei materiali o le aziende cementiere, sta entrando nella fase dei suoi picchi storici di domanda e capacità produttiva. Le stesse piccole e medie imprese del sud-est cinese hanno sperimentato notevoli difficoltà a causa della contrazione della domanda, dell’aumento dei costi di produzione e delle difficoltà col credito, quindi non potranno crescere come in passato. Per rispondere a queste esigenze Pechino si sta attrezzando all’avvio di un periodo di rallentamento della crescita e di una riconfigurazione del modello produttivo che sarà basato, d’ora in avanti, su poche grandi imprese con sostanziali aiuti nell’economia di scala, assieme ad una miriade di piccole e medie imprese con vantaggi specializzati. Ragion per cui, le parole d’ordine d’ora in avanti saranno: qualità, ricerca ed innovazione tecnologica.

Dopo lo sviluppo accelerato ed una crescita espansiva a seguito delle riforme di apertura del 1978, il nuovo Piano economico (il12mo) ha posto l’accento sull’aumento della qualità dello sviluppo medesimo: vengono abbassate le aspettative di crescita per elevarne la qualità. È questo il testimone politico che Hu Jintao lascia a Xi Jinping, che quest’anno verrà eletto nuovo presidente e segretario del Pcc, per ridurre gli squilibri (tra città e campagna, tra zone costiere e zone interne,…) e promuovere uno sviluppo armonioso della società. E per questo ci si pone come obiettivo l’aumento del livello di protezione ambientale, la creazione di 45milioni di nuovi posti di lavoro, la costruzione di 36milioni di case popolari e la costruzione di un sistema pensionistico che copra tutti i contadini cinesi.

5. La sfida di questo gigantesco piano riguarda anche noi. Finché in Occidente continueremo a vedere nel drago cinese una minaccia da cui stare alla larga, difficilmente riusciremo ad agganciare le nostre carrozze alla locomotiva dello sviluppo asiatico. Solo una messa in discussione profonda dei nostri pregiudizi ci aiuterà ad invertire la rotta. Anche per la nostra politica, quindi, l’anno del drago, può essere un importante banco di prova, ma anche una incombente necessità. Ne saremo all’altezza?

Abolizione del valore legale del titolo di studio? Un altro regalo al mercato

25 gennaio 2012

di Anna Belligero e Simone Oggionni

http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/abolizione-del-valore-legale-del-titolo-di-studio-un-altro-regalo-al-mercato.html

La proposta di abolizione del valore legale dei titoli di studio è l’ennesimo regalo al mercato voluto dal governo Monti, questa volta a danno degli studenti e del sistema universitario italiano.
Una scelta classista e discriminatoria, nonchè in totale dissonanza con le regole degli altri Paesi europei, che oltre a determinare un aumento di titoli-truffa, presumibilmente acquistabili e svincolati da qualsiasi garanzia pubblica e di qualità, spingerebbe alla creazione di un sistema di atenei di prima classe, per i pochi ricchi che se lo potrebbero permettere, e un altro “di massa”, destinato alla maggior parte degli studenti.
Ovviamente il più accessibile diverrebbe automaticamente quello di qualità inferiore. Il merito dello studente perderà valore in favore della reputazione (e della retta annuale) dell’università di provenienza, e la discrezionalità di chi assume verrebbe avvantaggiata, in un Paese in cui i giovani sono già quasi privi di tutele nell’accesso al mondo del lavoro.
Riteniamo che l’università italiana si rilanci con altre modalità, quali la valorizzazione del merito a parità di condizioni, potenziando quindi il sistema delle borse di studio; l’accesso alla cultura, in tutte le sue forme, per tutti gli studenti; l’aumento della spesa pubblica nell’ambito dei saperi; una lotta reale alle baronie

Libera, pubblica, di qualità e di massa…la lotta riprende!

24 gennaio 2012

Domenico Dursi – Resp. Naz. Formazione e Universitá FGCI

http://www.fgci.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1228&mode=thread&order=0&thold=0

E’ trascorso poco più di un anno da quando il Parlamento più screditato della storia della Repubblica approvava, in via definitiva, la riforma dell’università proposta dall’allora ministro Gelmini. Tale riforma si innestava su un contesto di grave crisi finanziaria degli Atenei, determinato dai tagli scellerati della l. 133/2008 fortemente contrastati dalla prima mobilitazione larga contro il governo Berlusconi, quando tutti, ad eccezione degli studenti e dei metalmeccanici sembravano narcotizzati dal nuovo disegno di dominio di un potere marcescente, che pure incarnava il ventre molle dell’Italia.

Gli effetti nefasti di questa miscela esplosiva, che dalle piazze di tutta Italia preannunciavamo in quelle grandi giornate di lotta e di speranze dell’autunno scorso, oggi si manifestano in tutta la loro drammaticità. Moltissime Università con i bilanci in rosso per fronteggiare le spese di gestione sono state costrette ad alzare le tasse agli studenti ed oggi rischiano di vedersi condannate alla restituzione delle stesse poiché superano il limite del 20% fissato dalla legge nel rapporto tra fondo di finanziamento ordinario destinato al singolo ateneo e tasse universitarie, circostanza già verificatasi con la condanna dell’Università di Pavia ad opera del TAR di Milano. Ad oggi, sono 33 le università “fuorilegge, il 55% degli atenei statali italiani, in pratica, ha superato tale limite. Si va dal 36,6 per cento di Urbino, seguita a ruota da Bergamo (36,5) e da Venezia (34,1) giù fino agli sforamenti minimi di Perugia (20,2), Firenze (20,4), Napoli Federico II e Camerino (20,7) e il Politecnico di Torino (l’ateneo del neo ministro dell’Istruzione Francesco Profumo è al 20,9 per cento).In realtà, guardando ai numeri complessivi, fuorilegge è il sistema stesso, perché le università statali chiedono ai propri iscritti due miliardi all’anno, cioè il 30 per cento del contributo statale. Nonostante il problema sia stato sollevato più volte, il precedente governo non ha mai cercato di risolverlo. E come spesso accade, dove non arriva la politica ci pensa la magistratura, stavolta quella amministrativa. Quanto è accaduto all’ateneo lombardo genera “un gran rumore” se si pensa che gli iscritti ai 33 atenei coinvolti sono circa un milione. E se Pavia dovrà restituire il 3 per cento dell’ammontare delle tasse incassate nel 2009/2010, in altri atenei la cifra potrebbe salire fino al 15 per cento. E’ del tutto evidente che qualora i ricorsi degli studenti continuassero in tutti gli Atenei non in regola, si determinerebbe la paralisi del sistema universitario italiano. Ma, accanto a ciò, un altro sintomo emblematico che descrive la condizione dell’Università italiana è quanto accaduto qualche giorno fa alla Sapienza, precisamente nella facoltà di giurisprudenza: dopo ripetute lezioni svoltesi con un numero di studenti pari al doppio della capienza delle aule, alcune lezioni sono state sospese per problemi di sicurezza. Ciò ha portato ad una sommossa spontanea degli studenti, che si vedevano privati del diritto sacrosanto di poter seguire le lezioni, anche in considerazione del fatto che molti di essi, fuorisede, sostengono costi notevoli per vivere a Roma e poter frequentare i corsi di lezione. Occorre soffermarsi un istante su questo episodio perché potrebbe rappresentare quell’accadimento in grado di innestare una reazione a catena e far esplodere i tanti malcontenti presenti negli Atenei. La facoltà di giurisprudenza in questione, fucina del più illustri giuristi italiani, si è caratterizzata da sempre per l’altissimo profilo dei suoi docenti, che proprio in ragione di ciò arrivavano spesso ad insegnarvi verso la fine della carriera, quindi in età avanzata. Negli ultimi due anni più della metà dei docenti della facoltà è andata in pensione per limiti di età, ma nessuno di essi è stato sostituito a causa del blocco del turn over imposto dalla Gelmini e dal “rigore finanziario”: il tutto ha determinato la riduzione dei canali, con la conseguenza che, se fino a tre anni fa vi erano tre docenti di diritto penale, oggi ve ne è uno soltanto che dovrà gestire i circa tremila studenti che devono seguire i corsi e sostenere l’esame: ciò è evidentemente insostenibile. Seguire lezioni in queste condizioni è impossibile oltreché inutile, tanto più se si paragona tale situazione alle classi da cinquanta studenti della Bocconi o della Cattolica. Evidentemente, solo chi può spendere diecimila euro di rette annue ha diritto di seguire le lezioni con tutti gli agi del caso! Senza volersi soffermare su alcuni paradossi, quale, ad esempio, quello per cui un docente di storia del diritto italiano, per consentire alla facoltà di poter funzionare, svolge i corsi di diritto civile, insegnamento assai diverso dal suo settore disciplinare. Tale situazione è, peraltro, destinata a peggiorare, visto che nel prossimo anno accademico andranno in pensione tutti i docenti di procedura civile: stante il blocco del turn over, e a meno che non si voglia chiamare un astrofisico ad insegnare la materia, l’anno prossimo gli studenti di giurisprudenza non potranno apprendere il funzionamento del processo civile. Siamo al cospetto di una lenta agonia, che, salvo un netto cambio di rotta, porterà alla morte di una delle facoltà più prestigiose dell’università italiana, ma tale vicenda è, al tempo stesso, paradigmatica di quella che potrebbe essere la sorte di tutto il comparto dell’istruzione pubblica italiana, senza alcun riguardo per il prestigio e la qualità, a dispetto della retorica del merito. Alla luce di queste situazioni, emerge in modo cristallino il disegno che ha ispirato la riforma Gelmini: rendere impossibile il funzionamento dell’università pubblica, in modo da scoraggiare, dapprima, chi non può permettersi la Bocconi dall’iscriversi ad una Università pubblica e , poi, iniziare una campagna martellante sull’inutilità della stessa e decretarne la morte. E’ l’idea che la funzione dell’istruzione superiore sia quella di formare e perpetuare una classe dirigente, che la cultura e l’istruzione siano appannaggio di pochi, di chi deve assumere ruoli di responsabilità. E’ il tentativo di tornare ad una cultura quale clava da brandire contro gli oppressi, la cultura quale strumento di controllo sociale e non di emancipazione e di riscatto. E questo disegno eversivo oggi è accolto da tutti, come dimostra il fatto che la riforma Gelmini è considerata unanimemente, anche da quelle forze parlamentari che durante il movimento si opposero ad essa, come un provvedimento utile alla crescita, uno dei pochi dell’ultimo governo ad aver ricevuto il plauso della BCE e di quanti prima ci hanno condotti nelle secche di una grave crisi ed oggi si ergono a Soloni e vorrebbero indicarci le vie di uscita dalla stessa. Quanto avviene in materia di Università dà il senso di cosa questi analisti del giorno dopo con soluzioni ineluttabili sempre pronte, intendano per crescita, una crescita a carico di tutti ed a vantaggio dei pochi noti. In quest’ottica si colloca il furore ideologico sulle liberalizzazioni, cioè privatizzazioni selvagge ed ulteriore deregolamentazione del mercato: come se, la crisi che si abbatte sulle nostre vite e sul nostro futuro fosse stata generata dalle troppe regole che imbrigliano il mercato e non dalla manina invisibile che tutto dovrebbe sistemare, ma che poi si traduce, in concreto, in quello che un grande rivoluzionario definiva “libera volpe in libero pollaio”. Non a caso, il governo Monti continua a ripetere che l’attuazione della riforma Gelmini va implementata; di più, la stessa va completata del tassello mancante, l’abolizione del valore legale del titolo di studio: da questa riforma passa la inevitabile e salvifica liberalizzazione dell’istruzione pubblica. Ma cosa si intende per valore legale del titolo di studi? Si tratta della certificazione da parte delle istituzioni competenti del completamento dei vari stadi del percorso formativo, del raggiungimento di un traguardo. Pare paradossale che in questo momento in cui viene enfatizzata la necessità di certificare qualsiasi prodotto e di rendere evidente tutta la filiera produttiva, proprio per quanto riguarda la formazione, l’Università debba rinunciare alla certificazione. E chi se non le Università dovrebbe certificare il completamento e la qualità del percorso formativo? Forse il mercato? Forse nuovi enti certificatori privati di cui si ignora la qualità e la correttezza e che ricordano da vicino le tanto esaltate, prima, e vituperate, poi, agenzie di rating? E chi dovrebbe gestirle? Forse Confidustria, che spinge notevolmente per l’abolizione del valore legale della laurea e che ha già alcune sue Università? E non ci sarebbe un palese conflitto di interessi? Ad ogni modo i crociati dell’abolizione del valore legale del titolo di studio affermano che oggi il titolo di studio non è più garanzia di qualità della preparazione. Ciò potrebbe anche essere vero, ma la soluzione a tale problema non è abolire il valore legale, quanto piuttosto valutare meglio chi fornisce questo titolo. Ma, evidentemente, è proprio qui che si cela l’inganno: è fuor di dubbio, infatti, che la maggior parte delle criticità sarebbero riscontrate in quelle università private che sono dei veri e propri laureifici, ma che, con l’attuale sistema, prima di poter conferire il titolo, devono conseguire un riconoscimento, una cd. parificazione da parte del Miur. Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio, invece, una qualsiasi università potrebbe emettere titoli di studio senza alcun controllo e sarebbe, poi, il mercato a esprimere giudizi sul valore del titolo medesimo. In altri termini, un’impresa fonda una sua università, chiede una retta elevatissima per l’iscrizione, quindi assegna massimo valore al titolo conseguito presso l’ateneo di sua proprietà ed assume solo i laureati di quell’università: non vi è modo migliore per consentire alle imprese di fare profitto anche sul sapere, d’altro canto liberalizzare vuol dire, appunto, aprire nuovi segmenti al profitto. Senza considerare che, in tal modo la formazione sarebbe del tutto subordinata alle esigenze del mercato e perderebbe il suo fine ultimo: la formazione del cittadino consapevole. Consentire alle imprese, poi, di assegnare punteggi al titolo di studio anche per l’accesso alle professioni o alla p.a. significherebbe consegnare loro un monopolio per cui avrebbe accesso a tali lavori solo chi fosse nelle condizioni di acquistare una laurea in queste università, con buona pace del merito e dell’equità: in sostanza si acquisterebbe non solo il titolo di studio ma anche il posto di lavoro! La proposta di abolire il valore legale del titolo di studi ha in realtà un altro obiettivo: limitare la spendibilità del titolo nel mercato del lavoro. La spendibilità non discende dal valore legale, che ne è solo un prerequisito, ma dalla forza dei contratti collettivi di lavoro. E’ nei contratti collettivi di lavoro che si stabilisce, in modi differenti nel tempo e secondo la composizione degli interessi contrapposti, quali requisiti debba possedere chi chiede di partecipare ad una selezione. Mai nessun titolo ha dato automaticamente accesso ad un posto di lavoro o ha definito l’inquadramento: questo dipende, sia nel settore privato sia nel pubblico, dai rapporti di forza del momento tra coloro che organizzano la domanda e coloro che organizzano l’offerta. E’ a questo punto chiaro il vero obiettivo: fare saltare la contrattazione collettiva. Quando si chiede l’abolizione del valore legale del titolo di studi si sta chiedendo di superare la contrattazione collettiva. Nel momento in cui non si dovesse più certificare la conclusione di un percorso formativo, relativamente omogeneo, ogni singolo lavoratore sarebbe lasciato alla mercé del mercato senza regole. A questo punto nove secoli di storia delle università e della scienza vengono abbandonati per costruire un modello del tutto estraneo alle nostre tradizioni, incompatibile con la restante parte dell’organizzazione sociale. Nel contempo un istituto quale la contrattazione collettiva, che ha segnato il secolo appena passato, permettendo di superare le forme più estreme di sfruttamento, viene abbattuto per riconsegnare i lavoratori all’alea del mercato. Tutto ciò si pone in estrema continuità con le strategie di Marchionne, con l’art. 8 della manovra di agosto e con le linee guida tracciate dal prossimo presidente di confindustria, Bombassei. E’ ora di tornare in piazza dunque, è ora di tornare ad animare gli atenei con assemblee e mobilitazione: l’occasione ci è offerta dalla Fiom, che l’undici febbraio scende in piazza per rivendicare il contratto collettivo e le libertà sindacali, ma scende in piazza con una piattaforma generale, che parla al paese, una piattaforma che indica una via diversa di uscita dalla crisi, una via che passa per l’occupazione, per la soluzione dell’emergenza salariale, per la lotta al precariato, per la difesa dei beni comuni, sempre più sotto assedio. E’ la classe operaia che ambisce a diventare “classe dirigente”. Di nuovo, come nel 2008 ed in tanti altri momenti della nostra storia, tocca agli operai ed agli studenti ridestare dal torpore quanti pensano che la ricetta Monti sia l’unica possibile. E’, dunque, ora di difendere le nostre vite ed i nostri diritti; è ora di tornare a credere che le sola forme della democrazia sostanziale sono la partecipazione e la lotta collettiva; è ora di una nuova resistenza per la Costituzione ; è l’ora di osare più democrazia!

Da Livorno 1921 a oggi. Una lezione sempre attuale

21 gennaio 2012

di Alexander Höbel, Coordinatore Comitato Scientifico Marx XXI

http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/833-da-livorno-1921-a-oggi-una-lezione-sempre-attuale.html

Novantuno anni sono passati dalla fondazione del Partito comunista d’Italia, eppure l’esperienza storica di quello che diventerà poi il partito comunista più forte dell’intero Occidente conserva una sua notevole attualità. Non perché il contesto generale non sia completamente cambiato, non solo rispetto al 1921 ma anche al mondo e all’Italia degli anni ’60 e ’70; né perché i problemi e le sfide con cui oggi i comunisti devono misurarsi siano gli stessi di allora. Ma perché è l’ispirazione di fondo di quella esperienza che rimane valida e conserva una grande utilità per l’oggi; l’ambizione di trasformare radicalmente questo paese nel quadro di una lotta mondiale per l’emancipazione, ma anche alcune specifiche linee guida di tipo strategico.

Limitiamoci a due esempi. Primo, la politica di massa, o meglio l’ispirazione di massa della politica del partito, che il Pcd’I, eccettuati alcuni momenti ben determinati, seppe conservare per quasi tutta la sua storia. È la politica di Gramsci e del gruppo ordinovista già prima della fondazione del partito, allorché seguono e dirigono la lotta degli operai torinesi e l’esperienza dei Consigli di fabbrica, ponendosi al fianco dei lavoratori, all’interno della classe operaia e dei suoi organismi; è la politica tratteggiata dalle Tesi di Lione, allorché Gramsci si preoccupa in primo luogo di individuare le forze motrici della rivoluzione italiana, le classi sociali e gli spezzoni di classi sociali con i quali il proletariato industriale avrebbe potuto e dovuto allearsi per rovesciare lo stato di cose presente: un’analisi, questa delle forze sociali del cambiamento, che dovremmo tornare a fare con rinnovata attenzione. E ancora: è la politica seguita dal Pcd’I durante il fascismo, prima con la difesa delle organizzazioni di classe – cellule di partito e sindacali, organismi di mutuo soccorso ecc. -, ancorché clandestine; poi affiancando a tale prezioso lavoro quello altrettanto importante all’interno delle organizzazioni di massa del regime – sindacati e dopolavoro in primis -, appunto per non isolarsi, per non perdere il legame con quei lavoratori che il fascismo tentava di irreggimentare e organizzare anche nel tempo libero, ma che – facendo leva sulle contraddizioni materiali e il conflitto insopprimibile degli interessi di classe – i comunisti potevano ancora mobilitare, facendo seguire alle lotte rivendicative un’azione di chiarificazione politica e ideologica che consentisse di acquisire al partito stesso gli elementi più vivaci del proletariato. È questa la politica – elaborata e guidata da uomini come Gramsci, Togliatti, Longo e tanti altri – che consente al Pcd’I di rimanere una forza viva e radicata persino nelle condizioni difficilissime imposte dal fascismo; è questa la politica di Camilla Ravera, Teresa Noce e di tante altre donne, dirigenti comuniste di primo piano, che tennero vivo il legame con le masse femminili. Ed è grazie a questo lavoro che i comunisti giungono alla Resistenza come una forza non estranea alla parte più cosciente delle masse popolari, il che consente loro di porsi alla testa della lotta di liberazione, con uomini come Longo, Secchia, Amendola e molti altri, giovani come Eugenio Curiel che nel fuoco della lotta riflettevano sulla democrazia progressiva e su come trasformare il Paese quando la guerra fosse finita.

La stessa ispirazione legata alla politica di massa è rilanciata dal “partito nuovo” a partire dal 1944, è anzi forse il cuore stesso del progetto togliattiano: un partito di masse, fortemente radicato nella classe operaia e nel mondo del lavoro salariato in genere, che con le sue cellule nei luoghi di lavoro, con le sue sezioni e Case del popolo nei territori, tenesse sempre vivo il legame organico con le masse popolari, costituendo uno straordinario strumento di educazione politica di massa ma anche una scuola continua per quadri e dirigenti, che a quelle masse, ai loro problemi e alle loro esigenze dovevano rapportarsi quotidianamente. Questa ispirazione sopravvisse alla morte di Togliatti, fu portata avanti dal Pci di Luigi Longo, nella trasformazione tumultuosa vissuta dal Paese negli anni ’60, con la capacità di cogliere i segnali nuovi, usare i nuovi strumenti comunicativi, dirigere o quanto meno avere una presenza organica in lotte essenziali di quegli anni come le grandi lotte operaie del 1966-70 o la mobilitazione contro la guerra del Vietnam, riuscendo stabilire un dialogo non settario né subalterno con lo stesso movimento studentesco. Questa politica di massa giunge fino al Pci di Berlinguer, sebbene in diversi passaggi la dialettica tra mobilitazione dal basso e azione politica “dall’alto” (vertici tra partiti, incontri tra dirigenti ecc.) vide prevalere in modo eccessivo il secondo termine; e tuttavia quel Pci era ancora un partito profondamente radicato tra i lavoratori e nelle masse popolari, in grado di mobilitare masse enormi sul terreno antifascista, nelle lotte per la pace e nel conflitto sociale, fino ad aggregare attorno a sé più del 40% della popolazione italiana in difesa della scala mobile.

Il secondo esempio è quello della politica culturale, ossia di come il Pci sia riuscito pazientemente a costruire le linee guida e gli strumenti concreti per incidere nella cultura e anche nel senso comune del Paese, il che costituiva uno degli elementi centrali – anche se certo non il solo – della strategia dell’egemonia. La formidabile operazione di politica culturale condotta attorno al pensiero di Gramsci, per la sua popolarizzazione più vasta possibile; la creazione di strumenti essenziali come l’Istituto Gramsci, con le sue sezioni di lavoro, e di una serie di riviste, in grado di portare avanti un’elaborazione alta, frutto di specifiche competenze, che poi serviva anche alla politica del partito, alla elaborazione della sua strategia e delle sue proposte programmatiche. E ancora, il rapporto fecondo con larga parte dell’intellettualità progressista italiana, non solo marxista o comunista (si pensi alle relazioni ai convegni gramsciani affidate a Eugenio Garin), e al tempo stesso il confronto continuo con quanto il marxismo e il movimento comunista e antimperialista producevano sul terreno culturale; la consapevolezza che il campo della ricerca ha un’autonomia e la necessità di strumenti propri che sono diversi da quelli strettamente politici; e che tuttavia alla politica sono essenziali proprio in quanto quel lavoro di elaborazione e ricerca viene condotto in modo rigoroso, andando al di là della contingenza politica quotidiana.

Politica di massa e politica culturale di alto livello erano dunque aspetti complementari nell’esperienza del Pci, due facce della stessa medaglia, due componenti indispensabili della strategia dell’egemonia. L’elaborazione e le competenze si legavano al programma e alle proposte politiche e legislative del partito – un partito che, seguendo l’indicazione togliattiana, proponeva sempre le proprie soluzioni ai problemi, anziché limitarsi a un’azione di mera propaganda – e al tempo stesso contribuivano alla costruzione di un nuovo senso comune di massa, formavano in modo innovativo milioni di persone.

Si tratta di due momenti essenziali dell’azione politica che oggi abbiamo l’urgente necessità di rilanciare nelle forme e con gli strumenti opportuni. Anche per questo, riflettere sull’esperienza del Pci e applicare il meglio di quegli insegnamenti al mutato contesto è qualcosa che serve moltissimo ai comunisti di oggi, a quelli che vogliono cambiare questo paese e il mondo nel XXI secolo.


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