CRONACA “NERA” DAL CONSIGLIO REGIONALE PUGLIESE.

5 febbraio 2010 di andriacomunista

Ieri, 4 febbraio, nel Consiglio Regionale della Puglia si è aperta una ferita difficilmente rimarginabile. Dopo oltre 4 anni di rinvii, dovevano finalmente andare in discussione le modifiche alla legge elettorale regionale contenute nel programma di governo. Fra le modifiche, tutte importanti in quanto attinenti al nodo cruciale della rappresentanza democratica e al diritto di accesso alle istituzioni di tutte le componenti presenti nella società (è chiaro che lo sbarramento al 4% impedisce tale diritto), vi erano quelle sulla rappresentanza di genere. In un mondo decente la presenza paritaria ed equilibrata dei due generi nelle sedi istituzionali dovrebbe essere, come dire, naturale; non dovrebbe cioè essere oggetto di rivendicazioni o di specifiche disposizioni di legge.

In un mondo decente.

Sui banchi dell’ ormai “scadente” Consiglio Regionale Pugliese siedono 70 consiglieri, fra cui 1 donna: assistere ad una seduta di Consiglio significa visualizzare questa mostruosità.

Ieri, anche se con un ritardo di qualche anno, si aveva l’ occasione per tentare un rimedio, un risarcimento, attraverso l’approvazione di due emendamenti presentati da Rifondazione Comunista, uno sull’ inammissibilità di liste che non rispettassero una equilibrata presenza di genere (non si osava il 50%), l’ altro sulla pari presenza dei due generi in caso di doppia preferenza sulla scheda. La discussione preliminare era stata avviata qualche settimana fa, ma si era alla vigilia delle primarie ed i consiglieri (di destra e di centro-sinistra) decisero opportunisticamente di rinviarla. Non che non ci fossero segnali premonitori, l’ assenza del Presidente, il tono dell’ intervento del capogruppo del PD, la svogliatezza che aleggiava nell’ aula. Ma, come dire, ci fidavamo degli impegni presi e delle dichiarazioni pubbliche. Alle donne presenti non fu risparmiato niente, neppure lo sberleffo che si levò da parte di alcuni esponenti del centrodestra che, rivolgendosi al capogruppo del PRC che si apprestava a presentare gli emendamenti in questione salutando i consiglieri e “la consigliera”, lo invitavano a salutare anche “l’aula”, “che pure quella è femmina”.

Questo fra l’ indifferenza, le risate e gli ammiccamenti dei più, anzi dei “meno”. A noi, che assistevamo sbigottite a quella manifestazione di bullismo istituzionale, restava addosso un inspiegabile senso di vergogna.

Ieri l’ aula è tornata ad occuparsi della questione. Per poco, perchè Rocco Palese, candidato della destra alla presidenza della Regione, ha presentato un emendamento per rinviare sine die la discussione. I consiglieri del PRC, nell’ impossibilità di ottenere di votare tutti gli emendamenti, hanno proposto e difeso almeno quelli sulla rappresentanza di genere. La proposta non è stata accolta. L’emendamento della destra è stato votato, con soli 4 voti contrari, da tutti i consiglieri del centro-sinistra, compresi quelli di Sinistra e Libertà.

Succede nel terzo millennio, nella Puglia Migliore. Il Presidente era altrove.

Bari, 5 febbraio 2008
Tonia Guerra – Segreteria Regionale PRC Puglia
Eleonora Forenza – Segreteria Nazionale P.R.C.

Il Dalai Lama e Obama L’incontro tra i due Premi Nobel della menzogna

5 febbraio 2010 di andriacomunista

di Domenico Losurdo

La notizia è ora ufficiale. Tra breve il Dalai Lama sarà ricevuto da Obama alla Casa Bianca. L’incontro tra queste due anime gemelle era inevitabile: a venti anni di distanza l’uno dall’altro (1989 e 2009) hanno ricevuto entrambi il Premio Nobel per la pace, ed entrambi hanno conseguito questo riconoscimento ad maiorem Dei gloriam, o per essere più esatti a maggior gloria della «nazione eletta» da Dio. Il 1989 era l’anno in cui gli Usa conseguivano il trionfo nella guerra fredda e si apprestavano a smembrare l’Unione Sovietica, la Jugoslavia e – così essi speravano – anche la Cina. In queste condizioni ad essere incoronato come campione
della pace non poteva che essere il monaco intrigante che già da trent’anni, incoraggiato e finanziato dalla Cia, si batteva per staccare dalla Cina un quarto del suo territorio (il Grande Tibet).
Nel 2009 la situazione era cambiata in modo radicale: i dirigenti di Pechino erano riusciti ad evitare la tragedia che si voleva infliggere al loro paese; invece di essere ricacciato nei decenni terribili della Cina, oppressa, umiliata e spesso condannata in massa alla morte per inedia, della «Cina crocifissa» di cui parlano degli storici, un quinto della popolazione mondiale aveva conosciuto uno sviluppo prodigioso, mentre chiari risultavano il declino e il discredito che colpivano la superpotenza solitaria che nel 1989 aveva creduto di avere il mondo nelle sue mani. Nelle condizioni che si erano venute a creare nel 2009, il Premio Nobel per la pace incoronava colui che, grazie alla sua abilità oratoria e alla sua capacità di presentarsi come un uomo nuovo e venuto dal basso, era chiamato a ridare lustro all’imperialismo Usa.
In realtà, ora il significato autentico della presidenza Obama è sotto gli occhi di tutti. Non c’è area del mondo in cui non si siano accentuati il militarismo e la politica di guerra degli Usa. Nel Golfo Persico è stata inviata una flotta, attrezzata per neutralizzare la possibile risposta dell’Iran ai bombardamenti selvaggi che Israele sta preparando febbrilmente grazie anche alle armi fornite da Washington. In America Latina, dopo aver incoraggiato o promosso il golpe in Honduras, Obama installa sette basi militari in Colombia, rilancia la presenza della IV flotta, approfitta dell’emergenza umanitaria in Haiti (la cui gravità è anche la conseguenza del dominio neo-coloniale che gli Usa vi esercitano da due secoli) per occupare massicciamente il paese, con un dispiegamento di forze che è anche un pesante avvertimento ai paesi latino-americani. In Africa, col pretesto di combattere il «terrorismo», gli Usa rafforzano in tutti i modi il loro dispositivo militare: il suo compito reale è di rendere il più difficile possibile l’approvigionamento di energia e di materie prime di cui la Cina ha bisogno, in modo da poterla strangolare al momento opportuno. Nella stessa Europa, Obama non ha affatto rinunciato all’espansione della Nato a Est e all’indebolimento della Russia; le concessioni sono formali e mirano soltanto a isolare il più possibile la Cina, il paese che rischia di mettere in discussione Sì, è in Asia che il carattere aggressivo della nuova presidenza americana emerge con particolare chiarezza. Non si tratta solo del fatto che la guerra dall’Afghanistan è stata estesa al Pakistan, con un ricorso agli arei senza piloti (e un seguito di «danni collaterali») nettamente più massiccio che ai tempi dell’amministrazione Bush jr. E’ soprattutto significativo quello che avviene nello stretto di Taiwan. La situazione stava migliorando nettamente: tra la Cina continentale e l’isola i contatti e gli scambi sono ripresi e si stanno sviluppando; si sono ristabiliti anche i rapporti tra Partito Comunista Cinese e Kuomindang. Con la nuova vendita di armi Obama vuole conseguire un obiettivo ben preciso: se proprio non si può smembrare il grande paese asiatico, almeno bisogna impedirne la riunificazione pacifica.
E’ a questo punto che annuncia il suo arrivo a Washington una vecchia conoscenza della politica di contenimento e di smembramento della Cina. Ecco entrare di nuovo in scena al momento opportuno Sua Santità che, prima ancora di mettere piede negli Usa, benedice da lontano il mercante di cannoni che siede alla Casa Bianca. Ma il Dalai Lama non è universalmente noto come il campione della non-violenza? Su questa raffinata manipolazione mi permetto di rinviare a un capitolo di un mio libro (La non-violenza. Una storia fuori dal mito), che Laterza manderà in libreria il prossimo 4 marzo. Per ora mi limito ad anticipare un elemento. Libri che hanno come autore o come coautore ex-funzionari della Cia rivelano una verità che non deve essere mai persa di vista: la non-violenza è uno «schermo» (screen) escogitato dal dipartimento dei servizi segreti statunitensi maggiormente impegnato nella «guerra psicologica». Grazie a questo «schermo» Sua Santità era immerso in un’aura sacra, mentre a lungo, dopo la sua fuga dalla Cina nel 1959, ha continuato a promuovere nel Tibet una rivolta armata, alimentata dalle massicce risorse finanziarie, dalla poderosa macchina organizzativa e multimediale e dall’immenso arsenale degli Usa, e tuttavia fallita a causa del mancato appoggio da parte della popolazione tibetana. Si trattava di una rivolta armata – scrivono sempre gli ex-funzionari della Cia – che ha consentito agli Usa di accumulare preziose esperienze per le guerre in Indocina, cioè per guerre coloniali – aggiungo questa volta io – che sono da annoverare tra le più Ora il Dalai Lama e Obama si incontrano. Era nella logica delle cose. Questo incontro tra i due Premi Nobel della menzogna sarà assai affettuoso come solo può esserlo un incontro tra due personalità legate tra di loro da affinità elettive. Ma esso non promette nulla di buono per la causa della pace.

Il Cavaliere in Israele: tutto il peggio possibile

5 febbraio 2010 di andriacomunista

da Un mondo nuovo – dipartimento esteri PRC
articolo di Fabio Amato (responsabile dipartimento esteri PRC)

La visita di Berlusconi in Israele viene celebrata senza che una voce di critica dell’opposizione parlamentare si levi. Ad un anno da Piombo Fuso, definito un crimine di guerra anche dall’ONU, dopo due giorni di ossequi ad Israele, il Presidente del Consiglio si ricorda che esiste Gaza , ma solo per assolvere l’aggressore e condannare le vittime. Una vergogna. Definisce “una giusta reazione” il massacro di 1500 vittime innocenti, le migliaia di distruzioni, l’uso di armi proibite come il fosforo bianco, l’embargo immorale e disumano a cui è sottoposta , con oltre un milione e mezzo di donne e uomini a cui è negato tutto, stretti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. Si sa, all’uomo piace pavoneggiarsi, essere benvoluto da chiunque. Ovunque vada , deve spararne una più grossa dell’altra pur di compiacere il suo ego, e di non sfigurare nei confronti di chi si trova di fronte. Se visita Lukashenko, gli riconosce di essere un leader amato dal suo popolo, e se ne infischia dei tanto decantati valori liberal democratici, idem se incontra Gheddafi , delegandogli il lavoro sporco contro gli immigrati. Con Putin, pacche sulle spalle, barzellette e gas. In Israele, quindi, oltre lodi sperticate ad Israele, dimentica di essere il capo di un governo di estrema destra, dove ci sono ministri della difesa che celebrano la X mas, un partito come la lega nord infarcito di dirigenti dediti all’istigazione al razzismo, nostalgici e revisionisti che propongono di equiparare repubblichini e partigiani e, a differenza di ciò che fa in Italia, celebra addirittura la lotta di liberazione dal nazifascismo.

Il governo israeliano, da parte sua, se ne frega dell’impasto ideologico xenofobo e neofascista della destra italiana, e gongola incassando un sostegno nel cuore del mediterraneo e in Europa. Non c’è da meravigliarsi. La politica israeliana nei territori occupati e a Gaza è puro colonialismo, è la creazione di un vero e proprio sistema di apartheid. Questo governo e i suoi esponenti si sono sempre opposti alla nascita di uno stato palestinese. Il Ministro degli esteri Lieberman è un fanatico estremista con posizioni apertamente razziste, che per uscite xenofobe gareggia con Borghezio. Ma l’appoggio incondizionato ad Israele e alla sua politica oltranzista non è certamente dovuto al carattere del Premier. A quello vanno addebitate le uscite poco felici. Quest’appoggio ad Israele è consapevolmente rivendicato da Berlusconi come un cambiamento geopolitico strategico.

E’ la fine di sessant’anni di politica estera del nostro paese. Questo suo viaggio è un calcio all’idea di un’Italia e di un’ Europa forti nel mediterraneo, autonome e capaci di giocare un ruolo nel favorire un dialogo e la soluzione politica del conflitto israelo-palestinese, di ponte con il mondo arabo. E’, all’opposto, il rilancio dell’ideologia neoconservatorice, è il colpo di coda di un reduce non pentito della stagione della guerra preventiva.

Berlusconi è un formidabile fomentatore d’odio, un istigatore di fondamentalismi, a partire dal suo. Quello della difesa dell’occidente in nome di diritti umani usati a corrente alternata, l’ideologia post moderna del capitalismo in crisi per armare gli stolti, fomentare i razzisti, giustificare guerre e occupazioni, cancellare la macelleria sociale del neoliberismo. E’ la poltiglia ideologica che alimenta lo scontro di civiltà, con cui si saldano le destre nostrane e globali nella loro comune impresa di uso politico della paura. Può farlo in questo momento per due motivi.

Il primo perché chi doveva chiudere quella stagione, segnata da Bush alla Casa Bianca, ovvero Barack Obama, come in molti prevedevamo, non lo ha fatto, anzi, ha rilanciato con l’invio di trentamila soldati in Afghanistan. Del discorso dello scorso autunno del Cairo rimane ben poco. Israele continua a costruire colonie e a rubare terra ai palestinesi, a cacciarli da Gerusalemme Est e a strangolare Gaza. Nel suo braccio di ferro di questi mesi con il governo di Tel Aviv , ad uscire vittorioso è stato il secondo. Secondo motivo è l’Europa, per il semplice fatto che non esiste, un nano politico diviso e incapace di avere una propria politica estera autonoma, in balia della Nato e dei “nuovi paesi dell’est” di cui l’Italia fa la capofila nel compiacere l’atlantismo più estremo e nel sostenere sempre e comunque Israele.

La pace in Medio oriente e la fine della stagione nefasta della guerra al terrore, della oscena teoria dello scontro di civiltà, a cui si abbeverano i fondamentalismi di ogni latitudine, passano per una sola strada. Il riconoscimento del diritto del popolo palestinese al proprio stato e alla propria terra. da cui fu cacciato con la forza e da cui ancora oggi è espulso con l’arbitrio e la prepotenza. Una pace che può basarsi solo sul rispetto del diritto internazionale, delle risoluzioni calpestate impunemente da tutti i governi israeliani. Questo dovrebbe fare l’Italia. Altro che assolvere Israele per il massacro di Gaza, ma chiedere che ponga fine all’occupazione militare.

Vorremmo dire al popolo palestinese, che ha un grande rispetto per quello italiano, che questo non è rappresentato dalle posizioni e dalle parole in libertà di un egoarca che ha sequestrato questo paese per difendere in primo luogo i suoi interessi, imbarbarendo la sua vita civile e rendendolo ridicolo agli occhi di tutto il mondo. Quanto ci manca, a proposito, Sandro Pertini. L’Italia è la solidarietà ancora grande della società civile, che per fortuna continua ed è quotidiana. Continuiamo a sostenere e a far vivere questa solidarietà. Dal basso. Con le campagne di informazione e di sostegno alla causa palestinese, attraverso gli strumenti, come la campagna BDS, che possono travalicare e isolare le scelte e la complicità dei governi, a partire dal nostro, che continuano a sostenere l’occupazione più lunga della storia contemporanea. Quella di Israele sui palestinesi.

Ultras: La Cassazione decreta che è vietato insultare la Polizia allo stadio

4 febbraio 2010 di andriacomunista

dall’Osservatorio sulla Repressione

Guai a chi insulta la polizia allo stadio: gli agenti hanno «diritto al rispetto e alla onorabilità di qualsiasi altra categoria professionale», gli ultras sono avvisati. Così ha decretato ieri la Cassazione (Prima sezione penale), confermando la condanna a cinque mesi e 10 giorni di reclusione per uno dei capi della tifoseria del Crotone. Otto mesi fa Gaetano S. era stato condannato per istigazione all’ingiuria perché nell’agosto 2006 era stato colto mentre col megafono sollecitava la curva rossoblu a cantare cori contro le forze dell’ordine (un classico degli stadi italiani, da «Celerino pezzo di merda» a «Poliziotto primo nemico») durante la partita con la Reggina. In primo grado, il Gup di Crotone aveva assolto il capo ultrà, sostenendo che non aveva compiuto alcun reato dato che non aveva offeso una un agente allo stadio ma un’intera categoria. La Cassazione però, d’accordo con la Corte d’appello di Catanzaro che l’anno scorso aveva ribaltato l’assoluzione in condanna, rileva che «non si può avallare una artificiosa distinzione tra i singoli appartenenti ad una categoria e la categoria stessa. L’onorabilità della Polizia di Stato va garantita in maggior misura, in un caso come questo in esame, nel quale le espressioni offensive hanno formato oggetto di pubblico incitamento ad una denigrazione del tutto gratuita e immotivata».

In memoria di Patrice Lumumba, simbolo dell’indipendentismo africano

4 febbraio 2010 di andriacomunista

da Un mondo nuovo, dipartimento Esteri PRC

“Patrice Lumumba non ha avuto il tempo di diventare una leggenda come Che Guevara. E’ diventato un simbolo”. Così disse il giornalista-scrittore Ryszard Kapuscinsky del celebre leader congolese assassinato il 17 gennaio 1961 per volere del governo del Belgio, con la complicità di Stati Uniti e Gran Bretagna. La sua morte lasciò il Congo nelle mani della brutale e rapace dittatura di Mobutu e poi in balia di sanguinose guerre civili, spesso dimenticate dall’Occidente, che si trascinano fino ai giorni nostri, in un’interminabile odissea per le popolazioni locali.
Patrice Lumumba era stato l’artefice dell’indipendenza del Congo dal Belgio, il 30 giugno 1960 e ne era stato il Primo Ministro nelle prime elezioni tenutesi, in cui il suo partito aveva ottenuto la maggioranza relativa.
Ma il suo agire politico e, soprattutto, il suo pensiero costituivano un pericolo troppo grande per le potenze colonialiste occidentali e per le imprese multinazionali che sfruttavano le risorse del Paese africano. Il suo obiettivo era decolonizzare il Congo, eliminare il potere coloniale europeo in tutta l’Africa e fermare il saccheggio delle risorse naturali del continente. Fu un pioniere dell’unità dei popoli africani, sognava che un’altra Africa fosse possibile, un’Africa unita nello sviluppo autonomo, nella lotta all’ingiustizia sociale e nella riappropriazione delle sue ricchezze per il suo popolo.
Con tali idee era naturale che Lumumba entrasse in rotta di collisione con il Belgio, che aveva concesso l’indipendenza solo con il proposito malcelato che in realtà nulla cambiasse nei rapporti di forza e nello sfruttamento del Paese, e con gli Stati Uniti che vedevano il rischio dell’ingresso del Congo nell’area d’influenza dell’Unione Sovietica, in uno dei momenti di maggiore tensione della Guerra Fredda.
Oggi si sa che la CIA aiutò finanziariamente gli avversari di Lumumba e fornì armi a Mobutu ed il governo belga non ha potuto fare a meno, nel 2002, di riconoscere la propria responsabilità nel suo assassinio: “… alcuni membri del governo di allora ed alcuni personaggi belgi dell’epoca portano un’indiscutibile responsabilità negli eventi che hanno condotto alla morte di Patrice Lumumba. Il Governo considera perciò appropriato porgere alla famiglia di Patrice Lumumba e al popolo congolese il proprio profondo e sincero rincrescimento e le proprie scuse”.
A 49 anni dalla sua morte, la Repubblica Democratica del Congo continua ad essere teatro di un genocidio occulto che ha prodotto fino ad oggi tra i 4 e i 5 milioni di morti, una delle maggiori crisi umanitarie dei nostri tempi che si consuma nel silenzio.
Il possesso di grandi ricchezze naturali si è convertito, paradossalmente, in una tragedia per il Paese africano. Nelle sue montagne orientali, nella regione del Katanga, si trovano giacimenti di minerali preziosi come il coltan, oltre ad oro, diamanti, rame e stagno. Il coltan – contrazione di columbo-tantalite – ha un valore commerciale elevatissimo, in quanto è presente in misura molto ridotta sul pianeta e viene impiegato essenzialmente nell’industria elettronica ed in particolare nella fabbricazione dei conduttori elettrici dei telefoni cellulari. Con l’aumento della sua richiesta mondiale, si è fatta ancora più accesa e cruenta la lotta tra gruppi paramilitari e guerriglieri per il controllo del territorio congolese di estrazione, I proventi del commercio semilegale di coltan, a cui non sarebbero estranee organizzazioni criminali europee ed asiatiche trafficanti di armi, alimenta la guerra civile, in una spirale senza fine.
Lumumba aveva tentato di incamminare il Congo sulla strada dell’affrancamento dagli interessi commerciali delle grandi potenze e multinazionali e per questo fu ucciso.
Pochi giorni prima della sua morte così scrisse alla moglie e ai figli: “Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta, ma il Congo, il nostro povero popolo. Non siamo soli. L’Africa, l’Asia e i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco dei milioni di congolesi che non cesseranno la lotta se non il giorno in cui non ci saranno più colonizzatori né mercenari nel nostro paese”. E ancora: “Nessuna brutalità, maltrattamento o tortura mi hanno piegato perché preferisco morire con la testa in alto, con la fede irremovibile e una profonda speranza nel futuro del mio paese, che vivere sottomesso e calpestando principi sacri. Un giorno la storia ci giudicherà, però non sarà la storia di Bruxelles, Parigi, Washington o la ONU, ma quella dei paesi emancipati dal colonialismo e dai suoi burattini”.

La valuta per gli scambi commerciali dell’ALBA, il Sucre, sarà di 1,25 dollari

4 febbraio 2010 di andriacomunista

fonte: Resistenze

Il valore del Sistema Unico di Compensazione regionale /Sucre) – che inizialmente opererà per via elettronica- sarà di 1,25 dollari. Lo ha reso noto il ministro del Potere Popolare per l’Economia e Finanze, Alí Rodríguez Araque. Il ministro Rodríguez ha dichiarato che questo meccanismo di compensazione sarà operativo alla fine della settimana con l’esportazione di riso venezuelano a Cuba. “Ciò che cerchiamo di fare con il Sucre è la creazione di un meccanismo che ci permetta di creare una nuova architettura finanziaria in grado di rompere con la dipendenza dal dollaro nelle operazioni di scambio commerciale fra le nazioni che fanno parte dell’Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra America (ALBA)”.

L’Agenzia Boliviana di Informazione (ABI), frattanto, ha informato che l’acquisto di asfalto da parte boliviana in Venezuela produrrà in cambio l’importazione di legno, alimenti, prodotti tessili e di artigianato da quel paese andino.

Il ministro ha pure aggiunto che il modello che sarà usato per le transazioni secondo lo schema del Sucre è stato creato dalla Banca dell’ALBA e dalla Banca del Tesoro del Venezuela. “E’ già pronta la piattaforma tecnologica che consentirà le transazioni in tempo reale, è stata testata e siamo in attesa della prima operazione di compravendita”. Il Comitato Monetario Regionale è stato pure nominato, ma non si conoscono ancora i nomi delle autorità.

Hugo Chávez Frías, da parte sua, martedì ha annunciato la promulgazione della legge approvatoria.

L’ACQUA BENE COMUNE: RIPUBBLICIZZIAMOLA ORA

3 febbraio 2010 di andriacomunista

Il tema dell’acqua come bene comune non mercificabile, fonte di vita e vita essa stessa, è entrato nel senso comune; lo dimostra la centralità che ha avuto nell’adesione alla campagna per le primarie pugliesi. E’ il frutto del lavoro incessante e puntuale del movimento per l’ acqua e di tutti coloro che su questo argomento si impegnano nella società e nelle sedi istituzionali.. La Regione Puglia ha recepito questa istanza di grande valore civile, impugnando l’ art. 15 del decreto Ronchi, col quale il Governo pretende di imporre la privatizzazione dei servizi idrici, e impegnandosi a ripubblicizzare il servizio idrico pugliese. Non era scontato, date le alterne vicende che in questi anni hanno attraversato il dibattito sull’ acqua in Consiglio e nel Governo regionale, e dunque ne rendiamo merito. Il gruppo di lavoro insediato presso la Presidenza della Regione, al quale hanno partecipato insigni giuristi ed esponenti del Forum Nazionale e del Comitato Pugliese per l’ Acqua Bene Comune, ha concluso il suo mandato consegnando il testo di legge per la trasformazione dell’ Aquedotto Pugliese da s.p.a. in ente pubblico, cui affidare la gestione delle reti e del servizio idrico integrato.
Rifondazione comunista- federazione della sinistra fa appello al Presidente Vendola affinchè la proposta venga portata in Consiglio entro la fine della legislatura: ciò è ancora possibile, pur nella ristrettezza dei tempi. Sarebbe un risultato importante per proteggere il più grande acquedotto europeo dalla voracità degli interessi economici, oltre che un segno di coerenza.
Il PRC non farà mancare il suo costruttivo apporto ed è impegnato fin d’ ora nella promozione dei referendum abrogativo delle leggi contro l’ acqua pubblica.

Nicola Cesaria, Tonia Guerra (segreteria regionale PRC Puglia)
Sabino De Razza (segretario provinciale PRC Bari)

Bari 03.02.2010

I nodi al pettine (Fosco Giannini)

3 febbraio 2010 di andriacomunista

da L’Ernesto

Impressionanti sono gli ultimi dati forniti in questi giorni dall’ISTAT in relazione al mondo del lavoro in Italia: una vera e propria “passata” di carta vetrata sulla falsa pelle vellutata con la quale il governo Berlusconi ha nascosto la crisi economica e le condizioni di vita della classe operaia e dell’intero mondo dei salariati e degli stipendiati.

L’ISTAT ci dice oggi che, ormai, i disoccupati, in Italia, oltrepassano di parecchio i due milioni. E andiamo, concettualmente, al di là dei numeri: oltre due milioni di persone in carne ed ossa ( e, per superare la tautologia gramsciana, in spirito) con nomi e cognomi, vita, angoscia e grandi ristrettezze personali che, alla fine del mese, non percepiscono un euro per sopravvivere, rischiando di aggiungersi da un giorno all’altro a quell’area di sette milioni e mezzo di persone già socialmente collocate sotto il livello della miseria.

Ma l’ISTAT va avanti impietosamente: tra i due milioni di disoccupati una gran parte sono giovani, che possono vivere solo grazie a quella che appare davvero essere l’ultima fase del “welfare famigliare”, nel senso che anche l’aiuto delle famiglie ai figli e ai nipoti appare agli sgoccioli, sia dal punto di vista temporale che da quello strettamente economico.

Il tasso di disoccupazione – prosegue l’ISTAT- a fine dicembre 2009 è salito all’8,5% ( a fine dicembre 2008 era del 7%) : in un anno sono andati in fumo oltre 306 mila posti di lavoro! ( La Confindustria parla addirittura di un tasso di disoccupazione del 10,1%, includendo i cassaintegrati).Tra i giovani che vanno dai 18 ai 24 anni, usciti dal ciclo scolastico e che dovrebbero già essere nel mondo del lavoro, la disoccupazione giunge al 30%, mentre nell’Eurozona è del 23%. Numeri e simboli di un vero e proprio dramma sociale che non emergevano dal 2004 e che sarebbero stati certamente peggiori se non vi fosse stato un massiccio ricorso alla cassa integrazione e ai contratti di solidarietà, l’una e gli altri ormai giunti alla fine, all’ “impossibilità” di replica ( la CGIL afferma che negli ultimi 15 mesi un milione di lavoratori ha usufruito di un miliardo di ore di Cig !). Cassa integrazione e contratti di solidarietà che trovano peraltro e spesso durissime contrarietà alla loro estensione ed erogazione, specie quando i padroni sono espressione chiara della penetrazione imperialista nell’economia italiana, come nel caso dell’ “Alcoa”, fabbrica produttrice di laminati passata da “partecipazione statale” ad azienda colonizzata in mano ad una multinazionale USA, azienda che gli americani – appunto – rifiutando con protervia cassa integrazione e ammortizzatori sociali, vorrebbero chiudere attraverso un totale licenziamento.

Nel quadro sociale delineato dall’ISTAT – già di per sé gravissimo e che rende drammaticamente circense l’allegria di Sacconi, Brunetta e Berlusconi – mancano poi altri dati fondamentali: l’ISTAT non ricorda che dell’intera area dell’occupazione il 30% è ormai occupazione precaria ( con medie salariali di 700 euro mensili al nord e di 400 al sud d’Italia); non ricorda che il salario medio dei lavoratori a contratto indeterminato ( dai postini agli infermieri; dagli operai di fabbrica ai ferrovieri, ecc.) è di mille e cento euro al mese ( dopo venticinque anni di lavoro – ad esempio – un impiegato medio delle Poste e Telegrafi ha in busta paga mille e duecento euro; un operaio di un Cantiere Navale – senza notturni e straordinari – poco più di mille euro); non ricorda – l’ISTAT – in questa sua ultima “fotografia” sociale che la spesa giornaliera media di una famiglia “operaia” ( lavoratori di fabbrica, postini, infermieri, ecc.) con due figli a carico è di circa 60 euro ( dati “ Sole 24 Ore”) complessivi, con dentro- cioè – la spesa alimentare, quella per la casa ( detersivi e tanto altro), le rate e le bollette di luce, acqua, gas e telefono. Sessanta euro per 30 giorni sono mille e ottocento euro mensili, cioè 700 euro in più dello stipendio medio di un lavoratore ( tenendo conto, tra l’altro, che una famiglia deve sostenere anche le spese per la scuola dei figli e infinite altre e varie…).

Da questi dati, per altro, è facile capire perché le famiglie italiane sono tra le più indebitate d’Europa: poco oltre la metà del mese le famiglie consumano lo stipendio o il salario; l’accumulazione del debito le spinge in banca a chiedere piccoli mutui, ad alto tasso d’interesse; alla terza richiesta di piccolo mutuo la banca risponde “no”: a quel punto il capofamiglia si rivolge ad una Finanziaria privata per chiedere due o tremila euro, che viene concesso con un tasso di interesse da usurai.

Questo meccanismo perverso, di cui nessuno parla, è in verità la dura realtà che si ripete nel tessuto sociale profondo quotidianamente.

Anche della mancanza dell’adeguamento dei salari e degli stipendi al costo della vita quest’ ultima ISTAT non parla, mentre tale fenomeno ( anche grazie a quel santo di ritorno che pare oggi essere Bettino Craxi) incide sempre più pesantemente nel processo di sottosalarizzazione di massa in corso.

Anche i dati forniti in queste settimane dall’Eurostat ( una sorta di ISTAT europea) la dicono lunga sullo stato reale delle cose sociali: nell’Europa dell’euro il tasso di disoccupazione – a fine 2009 – è stato del 10% ( era dell’8% a fine dicembre 2008); 23 milioni sono i disoccupati nell’Ue dei 27 stati membri, di cui 15 milioni nella zona dell’euro.

Tutto ciò conferma l’analisi della crisi economica successiva alla “bolla americana” condotta dagli economisti di matrice marxista e comunista, una crisi da basarsi – secondo questi economisti – non solo sulle contraddizioni sviluppatesi dalla vasta speculazione finanziaria USA e internazionale, ma – soprattutto – da basarsi sul fenomeno capitalistico di fase segnato, contemporaneamente, da una sovrapproduzione di merci e – specularmente – da una sottosalarizzazione di massa su scala internazionale.

E’ del tutto evidente che, specie a partire dagli ultimissimi dati forniti dall’Eurostat (disoccupazione con caratteri di massa nell’Ue), è necessario avanzare – dal punto di vista comunista, di classe – un’analisi politico-economica, che riteniamo centrale: nell’Ue il fenomeno, dai caratteri internazionali, della sovrapproduzione capitalistica e quello della sottosalarizzazione di massa si combinano, si uniscono, con l’esigenza delle forze economiche neoimperialiste dell’Ue ( “il polo neoimperialista europeo”) di abbattere salari, diritti e stato sociale – sull’intera area Ue – al fine di abbattere il costo delle merci “europee” e vincere la nuova e dura concorrenza con gli USA, con gli altri poli imperialisti e con le nuove potenze economiche in crescita a livello mondiale.

Una natura neoimperialista, quella dell’Ue, che emerge anche dalle contraddizioni sociali descritte dall’ultima Eurostat e che chiederebbe una ben altra analisi e – soprattutto – una ben altra lotta sociale, su scala continentale, di quelle sviluppate dalla debole sinistra italiana.

Ma perr tornare agli ultimi dati ISTAT per l’Italia, già commentati sopra: essi descrivono una situazione sociale italiana dai caratteri davvero difficili e – soprattutto – evocano un attacco del capitale contro il lavoro ed una sofferenza sociale di massa che richiederebbero ben altra risposta di quella molle che oggi sta mettendo in campo la sinistra italiana, compreso il movimento sindacale confederale.

Vi è – in questo quadro – un punto dai caratteri particolarmente “contingenti” : il ruolo sociale che dovrebbe saper svolgere la Federazione della Sinistra.

I sondaggi per le prossime elezioni regionali sono inquietanti. Ma i sondaggi, come si sa, sono anch’essi parte della lotta della classe dominante e dei suoi partiti politici contro il movimento operaio complessivo e contro le forze comuniste e di sinistra.

Il punto, però, è che – al di là dei sondaggi – le debolezze della Federazione della Sinistra si avvertono nelle piazze, nelle scuole, di fronte alla fabbriche e ai luoghi di lavoro; la Federazione sembra cioè paralizzata e chiusa in un involucro freddo, che le impedisce di diramarsi sul piano sociale e prendere la testa delle lotte.

Perché? Quali sono le ragioni oggettive e soggettive di questa situazione, che sconta, certo, pesanti eredità negative?

Che fine ha fatto il referendum contro la Legge 30 che la Federazione della Sinistra doveva lanciare e sostenere in tutte le piazze, davanti a tutte le fabbriche?

Perché, dal 5 dicembre 2009 – dal giorno, cioè, che la Federazione della Sinistra è stata lanciata a Roma sul piano nazionale – essa non è partita, non ha destato passioni e nuova militanza, esponendosi così anche a nuove, possibili, debàcle elettorali?

Occorrerebbe andare a fondo di tali interrogativi, in modo non semplicistico e certamente non solo in chiave soggettivistica. E la vigilia di una difficile campagna elettorale non è certo il momento più adatto (né siamo tra quelli – mai lo siamo stati – che irresponsabilmente credono nel “tanto peggio, tanto meglio”). Ma i nodi stanno per venire prepotentemente al pettine. Il movimento operaio complessivo, e con esso le forze comuniste italiane, l’intera sinistra anticapitalista e il movimento sindacale, sono di fronte a grandi problemi, che avranno bisogno, per essere risolti, di uno strenuo impegno politico, sociale e culturale.

Noi non ci tireremo indietro.

conferenza provinciale (BAT) dei Giovani Comunisti

3 febbraio 2010 di andriacomunista

in data 31 gennaio 2010 si è tenuta la conferenza provinciale dei Giovani Comunisti.

nella conferenza è stato votato all’unanimità il documento “Una generazione di sogni, conflitti e rivoluzioni”

è stato eletto il coordinamento provinciale che comprende:
Flavio Di Schiena (Andria), coordinatore provinciale e delegato alla conferenza nazionale
Della Croce Francesco (Minervino)
Erriquez Pasquale (Spinazzola)

i GC continuano nell’opera di radicamento territoriale e di lotta in particolar modo promuovendo iniziative unitarie con le altre giovanili della sinistra anticapitalista a partire dalla FGCI

Il cinismo dell’ONU e dei suoi caschi blu

28 gennaio 2010 di andriacomunista

da Resistenze

Le missioni di pace accusate di violenza su donne, bambine, bambini.
Il 63% dei crimini addebitati ai caschi blu sono a sfondo sessuale

di Andrea D’Atri

20/01/10

Nel luglio del 2005 le truppe dell’ONU ad Haiti hanno sparato contro la comunità di Cité Soleil provocando effetti devastanti. Hanno esploso 22 mila pallottole, ostacolando successivamente i soccorsi della Croce Rossa in barba ad ogni norma internazionale. Il 22 dicembre del 2006 ancora a Cité Soleil, le forze dell’ONU hanno attaccato la popolazione che si mobilitava, sparando dagli elicotteri contro i civili disarmati. In quell’occasione vennero assassinate 30 persone, tra le quali donne e bambini.

Questi sono solo due esempi, tra i tanti che abbondano, del regime imposto dalla missione dell’ONU ad Haiti, dove le truppe internazionali della Minustah (Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti) sono accusate, insieme alla Polizia nazionale haitiana, di commettere sommarie esecuzioni ed arresti arbitrari. Quante saranno ora le atrocità ed i crimini che commetteranno gli stessi soldati durante i prossimi mesi, ora che Haiti è più devastata di prima? Il governo di Lula ha inviato, recentemente, machete, gas lacrimogeni ed armi con proiettili di gomma in “supporto alla missione umanitaria” che occupa, dopo il terremoto, tutte le prime pagine dei giornali del mondo.

Ma queste truppe non sono solo ad Haiti. Le loro “missioni di pace” ed il loro “aiuto umanitario” sono diffuse in tutto il pianeta ed agiscono come vere “forze di occupazione” imperialista. Ed ovunque si sollevano le accuse contro le truppe che indossano i caschi blu delle Nazioni Unite in segno di pace ed amicizia.

Nel 2006, il 63% delle accuse contro le forze multinazionali dei caschi blu delle nazioni Unite erano riconducibili a crimini sessuali, abusi, stupri, ecc., per un terzo legati alla prostituzione. Ad Haiti i casi di bambine, bambini e donne che si prostituiscono in cambio di cibo o denaro, che sono violentati ed abusati dalle truppe della Minustah, erano consueti ancor prima di questa terribile tragedia. Tragedia che ha solo peggiorato la tragica situazione delle persone senza tetto, orfane e che hanno perso tutto durante il terremoto.

In Liberia, la “missione di pace” dell’ONU fu accusata di sfruttare la sua posizione per offrire vantaggi in cambio di sesso dai più poveri, specialmente bambine e bambini. Nella Repubblica del Congo i soldati delle Nazioni Unite furono accusati di essere legati ad una rete di pedofili e si parlò di 140 casi di sfruttamento sessuale. In Kosovo lo scandalo provocato dalla scoperta che le truppe dell’ONU erano coinvolte nelle reti della tratta delle donne, fu una notizia data solo nelle ultime pagine dei giornali e non di tutti. In Costa di Avorio venne denunciato da alcuni funzionari che le truppe umanitarie non sottomettevano solo sessualmente bambini e bambine in cambio di cibo, ma producevano attivamente anche pornografia infantile con bambini particolarmente vulnerabili, come i rifugiati, gli orfani o i bambini di strada. Denunce di stupro e pedofilia anche dal Pakistan, Uruguay, Marocco, Tunisia, Sudafrica e Nepal.

Come succede nelle chiese, negli eserciti di tutto il mondo e negli ambienti degli alti funzionari, dei magistrati e dei politici che godono di maggiore impunità, tutti gli accusati appartenenti ai caschi blu o alle missioni dell’ONU, sono stati rimpatriati nei loro paesi di origine godendo di un rientro silenzioso e senza processo. L’unico atto dell’ONU è stato quello di congelare gli stipendi dei propri componenti accusati di reati a sfondo sessuale, promuovendo contemporaneamente la creazione di un fondo per aiutare le donne e le bambine che erano rimaste incinta.

Un cinismo inaudito e ripugnante. Secondo una relazione dell’ONU sul comportamento dei caschi blu, i militari sono soggetti a “disturbi” e “le misure adottate durante gli ultimi anni per sradicare questa cultura sessuale permissiva, non sono state sufficienti.”Nel frattempo migliaia di bambine, bambini e donne violentate, abusate, picchiate e represse, continuano a sopravvivere nelle loro povere decimate e depredate dall’imperialismo, dalle guerre e dalla distruzione inflitta dalla classe dominante. E devono farlo nelle peggiori condizioni, trascinando i loro corpi e le loro anime ferite dai crimini di lesa umanità, dalle “missioni di pace”.

Invitiamo i nostri lettori e le nostre lettrici ad aderire all’appello delle donne e femministe dell’America Latina e dei Carabi, in solidarietà con le donne ed il popolo povero e lavoratore di Haiti.

Potete leggerlo nel seguito da http://www.panyrosas.org.ar/spip.php?article1300

http://www.lahaine.org/index.php?p=4742

Aggiungi la tua firma a questa dichiarazione ed aiutaci a diffonderla
Las Feministas en Resistencia de Honduras
La agrupación Las Rojas de Costa Rica
Las Mulheres Rebeldes de Brasil
Colectivo Contranatura de Perú
Grupo Género con Clase de Venezuela
Red contra la Violencia Doméstica y Sexual de Chile

La voce di decine di attiviste femministe e lesbiche e donne indipendenti dell’America Latina e dei Caraibi si uniscono all’iniziativa di Pan y Rosas che dall’Argentina, dal Brasile, dalla Bolivia, dal Cile e dal Messico lanciano questo unitario appello in solidarietà delle sorelle di Haiti, esigendo il ritiro delle truppe MINUSTAH.

Che i guadagni delle imprese capitaliste siano dati per porre rimedio al disastro e che l’aiuto umanitario sia distribuito alle organizzazioni delle donne del popolo, delle femministe, delle operaie.
Fermate la violenza contro le donne, le bambine e i bambini di Haiti!